martedì 11 novembre 2014

R, MESTRONE: "AMALIA GUGLIELMINETTI" DA UN'INTUIZIONE DI M. G. FERRARIS



Roberto Mestrone collaboratore di Lèucade

Maria Grazia Ferraris collaboratrice di Lèucade


Amalia Guglielminetti – Una vita da femminista convinta
(Torino, 4 Aprile 1881 – 4 Dicembre 1941)
da un'intuizione di Maria Grazia Ferraris



Amalia Guglielminetti


L'attenta riflessione di Maria Grazia Ferraris scaturita dall'intervento di Claudio Fiorentini: “Essere un contemporano oggi” mi stimola a pubblicare su questa vetrina un breve ritratto di un'autrice del '900 oggi non molto celebrata: Amalia Guglielminetti.
Scrive Maria Grazia: Ed io che studio con amore e con volontà anche di risarcimento la letteratura femminile del Novecento, potrei elencare un numero straordinario di donne, abili, intelligenti, dotate...
Nella grande messe di studi indirizzati a divulgare al mondo le storie esemplari di donne battutesi in tutti i tempi per sovvertire la società patriarcale e sessista, poco spazio è stato concesso alla figura di Amalia Guglielminetti, illuminata intellettuale che percorse lo spazio letterario della prima metà del secolo scorso.
Il rimpianto di ciò che fu, e l’ansia di ciò che non è ancora, e il sottile tormento del dubbio, e l’ebrezza folle del sogno, tutte le cose belle e perfide di cui noi poeti si vive e ci s’avvelena.
Con queste sue parole mi piace tratteggiare il Pensiero irrequieto e appassionato di questa scrittrice e poetessa incline ad infrangere le regole del perbenismo borghese che relegava la donna negli angoli bui dei salotti letterari dell'epoca. Pur se autrice di preziose novelle, di aggraziati romanzi e persino di delicate opere per l'infanzia, io ne vorrei qui esaltare le doti di poetessa raffinata e fuori dai canoni dell'Italia bigotta di inizio Novecento. Anche se la critica più accreditata la colloca tra i seguaci del decadentismo dannunziano, la sua vena poetica si esprime spesso con un estro originale, schietto, audace e prorompente, risoluto talvolta nella impetuosa voglia di vivere, talaltra fermamente arrendevole nella sofferta rinuncia ad
amare. E verosimilmente queste visioni poetiche traggono ispirazione dalle relazioni sentimentali intrecciate con i due uomini più importanti della sua vita: Guido Gozzano e Dino Segre (Pitigrilli).
Del primo ne subisce il fascino, ma il cantore di Agliè, non alieno dall'imperante maschilismo misogino della Torino di quel tempo, relega il rapporto con Amalia in una dimensione di intenso afflato culturale, non concedendo all'amica il conforto dell'appagamento amoroso.
“Ella ha saputo innalzare e nobilitare nella idealità primitiva quella figura oppressa, ambigua, derisa spesso, che ai nostri giorni prende il nome di Signorina” … oppure: “Ci si commuove di più, si è quasi più indulgenti di benevolenza pietosa alle vicende di un adulterio che non alle fortune di un idillio verginale”
… è con queste parole che il Gozzano interpreta e confina il ruolo della femmina di quei tempi.
Col secondo il rapporto fu disastroso, tanto che i due finirono per armare le loro penne calunniandosi vicendevolmente: scrissero opere ed articoli di stampa diffamatori meditando offese e vendette... ma Amalia ne ebbe la peggio, tanto che sfiorò il carcere e il manicomio, finendo i suoi giorni quasi completamente dimenticata. Ma da questi percorsi di vita fallimentare l'estro fantasioso e senza veli della Guglielminetti ne esce impreziosito dalla creazione di innumerevoli perle in versi che chi scrive non ha remora alcuna a definire splendidi. Citerò qui solo le due opere che ritengo colonne portanti della letteratura poetica femminile italiana del secolo scorso: Le vergini folli e Le seduzioni. Nei due capolavori l'autrice mette a nudo la propria abilità letteraria sfoggiando strofe in forme classiche di rara bellezza:
Sonetti e Terzine dantesche con cui Amalia si immerge in atmosfere amorose animata da un fervore a dir poco ardimentoso per quei tempi: rincorre sogni idilliaci, li afferra... poi li allontana; o si rifugia in sconsolanti nostalgie e ragionati ripensamenti, macerie di una intimità di affetti sempre cercata nell'uomo amato, ma mai pienamente vissuta. Se è dunque legittimo assegnare alla poetica della Guglielminetti il legame di parentela col filone del dannunzianesimo, è pur vero che queste sue opere brillano di squisito classicismo, tanto da tenere in equilibrio la penna – con seducente perizia – tra le retoriche forme decadenti e le emergenti suggestioni crepuscolari. Propongo a chi mi legge la lirica in terzine dantesche Un frutto – tratta da Le seduzioni – che, pur se composta da una poetessa che di sé disse: «Chi mi conosce sa ch'io sono scontrosa come un'ortica e che le mie temerità non sono fatte che di parole scritte», rivelano una nobiltà d'animo e uno stile raffinato dei versi difficilmente riscontrabili negli autori “maschi” famosi e vezzeggiati del suo tempo.

Ma il frutto che sul ramo si matura
 per la sete del suo coltivatore                                 
ha la bontà della bellezza pura.                         

Non è vaghezza sterile di fiore                             
nato al piacer dell'occhio e dell'olfatto,     
ma polpa e succo buono e buon sapore!                   

Semplice è il frutto. Un riso di scarlatto
sembra avvampar su la sua guancia tonda,
per chi sa quale suo gioir, d'un tratto.

Si dona, benché un poco esso nasconda
il rossor dell'offerta tra due foglie.
Ma tutto splende, nudità gioconda

nella man che si tende e che lo coglie.


Roberto Mestrone

3 commenti:

  1. La lirica "Un frutto", soprattutto nelle prime due strofe, mi richiama alla mente la mia preferenza per i fiori di alberi da frutto. Sì, mi incantano i fiori di pesco, d'albicocco, di ciliegio più dei classici e più celebrati fiori da vaso o da giardino. E ciò indipendentemente dal frutto in cui i primi si trasformeranno, cioè nonostante la loro non "sterile vaghezza". O forse li amo per un inconsapevole presagio di frutto? Non so, ma mi pare proprio che il piacere del fiore sia scisso dal vantaggio del frutto.
    Vorrei ringraziare Roberto Mestrone per aver giustamente richiamato alla nostra attenzione questa figura di donna e di scrittrice intensa e drammatica, delicata e sofferta; e non molto fortunata, come spesso capita agli spiriti sensibili.
    Pasquale Balestriere

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  2. Non conoscevo Amalia Guglielminetti. Me ne aveva accennato Roberto Mestrone che ora, qui, ci propone questo scorcio sulla poetessa torinese. Nel frattempo, incuriosita, sono andata in cerca di sue notizie e ho letto alcune sue liriche e stralci del carteggio con Gozzano, nonché qualche informazione sulla travagliata storia con Dino Segre (Pittigrilli).
    E’ colei “che va sola”. Mio Dio! Quante donne vanno sole trafitte dall’ipocrisia e l’opportunismo di uomini che non hanno saputo o voluto comprenderle! Di uomini arroganti e prevaricatori.
    «Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. E quale felicità, amica mia! (…) Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo…». Così l’ipocrita Gozzano liquida l’innamorata Amalia.
    Eppure Amalia è una donna che sa come sedurre (nella sua accezione più alta) e soprattutto come spiegarsi, con eleganza pervasa da un delicato e sensuale erotismo. E ben si spiega in queste splendide terzine che Roberto Mestrone ci propone.
    Della lirica mi colpisce subito la prima parola: “Ma”. Il valore avversativo fa quasi supporre essere la continuazione di un discorso precedentemente aperto che ella avversa spiegando che “ il frutto[…] sul ramo si matura/ per la sete del suo coltivatore”. A chi lo spiega? Al “coltivatore” stesso. Al maschio. Perché un buon coltivatore di albero da frutto dovrebbe sapere come curare il suo albero affinché produca frutti succosi al fine di saziare la sua sete. Il femminismo e l’animo ribelle della poetessa sembra qui venire meno nel dichiarare che è per quella ”sete” che “il frutto si matura”. Ma questa, in realtà, non è altro che l’indole genetica, quasi biblica, oserei dire, di ogni donna: non rimanere “vaghezza sterile di fiore” , “nato al piacer dell'occhio e dell'olfatto, ma (farsi) polpa e succo buono e buon sapore”… per il coltivatore. E ciò non significa sottomissione, ma grande energia nel darsi e nell’amare a chi, però, sappia coltivare questa fruttuosa pianta. E’ un monito, quello di Amalia che continua, spiegando (al coltivatore) della semplicità di questo frutto al cui riso ella attribuisce il colore”scarlatto”. Il colore del sangue, della passione, dell’eros, il colore del velo delle spose della classicità. E ribadisce: “Per chi sa..”, concludendo che “Si dona, benché un poco esso nasconda/il rossor dell'offerta tra due foglie”. Quando timida spudoratezza in questi versi, con il colore rosso che riappare! Degna davvero della migliore Saffo! E qui sta tutta l’arte della seduzione… “ma”… ed ecco ancora riapparire l’avversativa, “…splende… nella man che si tende e che lo coglie”! Perché il frutto femminile bisogna saperlo cogliere nella sua “nudità gioconda”.
    Una lezione di donna all’uomo resa magnificamente con tutta l’Arte metaforica di uno spirito di femmina temeraria e sensibile. Da leggere e da gustare davvero come un frutto succoso.
    Grazie.

    Lorena Turri

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    1. e.c.: (Pitigrilli)

      Lorena

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