mercoledì 2 aprile 2025

Cinzia Baldazzi legge :" Un infinito ancora " di Nunzio Buono


                                                             NUNZIO BUONO


Un infinito ancora

 

L’argine fermo

di qua da quello spazio che in misura sconfinante

ascolta l’universo che mi torna e penso

come sarà l’urto prima del volo.

 

E sul foglio prima del saluto

su quel palco mentre scema della luce

fermerò l’urlo al buio nella gola di chi scrive.

 

Chissà quale sarà l’ultimo mio gesto

in quale posto resterà il segno del mio sguardo

 

e alla voce che mi chiede ancora

lascerò un segno tra pagine già scritte

 

per donarci

ad altri luoghi un infinito.

 

 

commento di Cinzia Baldazzi

 

Né più mai avrei voluto affrontare un’esperienza vissuta nell’infinito da quando, circa mezzo secolo fa, ho letto l’immortale idillio (o canto) del ventunenne Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi. Eppure, quante volte, con sorpresa e ammirazione, ho affrontato e apprezzato ancora una simile tematica nell’iter della cultura letteraria (e non solo) confermandone l’orientamento rinnovato, oltre allo sbocco inesauribile (appunto perché illimitato) di impronta intellettuale e affettiva: non in virtù di un canone puramente estetico in chiave a-storica, ma in quanto capace di rappresentare – scrive Nunzio Buono – «L’argine fermo / di qua da quello spazio che in misura sconfinante / ascolta l’universo».

Dunque, sin dall’esordio di Un infinito ancora non entriamo in contatto con un funzionamento creativo, mistico-religioso, o fantasticherie pittoresche di scuola arcadica, bensì con una salda, lucida, operativa coscienza poetica di sentimento e ragione, dunque con un piacere sommo e personale di se stesso e della vita. Con il nostro autore accogliamo, piuttosto, un dato materiale o un lembo, una sponda rigida al «di qua» dell’ignoto, all’altezza di incrementare la poësis (nella piccolezza della terra e dell’umanità a confronto del firmamento) in una spinta deduttiva rigorosa tradotta nello spiccare un volo utopico non traumatico, dolce e al contempo severo.

Dal ritmo visionario (la «luce», lo «sguardo») sortirà lo scatto fulmineo del volgere gli occhi dall’argine-ostacolo ad un oltre carico di eccezionali prospettive interiori dove, però, nulla scompare della concretezza che le ha causate. Nell’itinerario di matrice conoscitiva evocato da Nunzio Buono, dinanzi a un’analoga Kunstanschauung, tanto ampia da essere smisurata, comprendo come sia abbastanza scontato riproporla in ogni intervallo letterario o di opinione critica. Ciò è accaduto, ad esempio, alla historica ratio post-illuminista nella forma di un mediocre e insensibile razionalismo, scrutato e condannato dagli occhi del giovanissimo figlio di Monaldo - discendente della considerevole famiglia bergamasca dei marchesi Mosca - nel grandioso idillio dedicato a superare la chiusura tout court per raggiungere l’apogeo immaginario e riflessivo, a oltrepassare la limitatezza per attingere il piacere indefinito, incline a spostare sempre più avanti l’intero contesto  referenziale. Del resto, il titolo iniziale concepito dal nostro conte di San Leopardo era Infinito, poi corretto apponendo l’articolo determinativo, mentre Nunzio Buono, in totale libertà e autonomia, mantiene il minuscolo anteponendovi l’articolo indeterminativo.

Nel poeta di Recanati, vasti e suggestivi sono i riferimenti culturali espliciti o da ricondurre alla sfera dell’Inconscio, ai messaggi esistenziali offerti da Montesquieu, Condillac, Pietro Verri o Cesare Beccaria, in seguito arricchiti con gli acquisti degli ideologi già allo scorcio del Settecento e dei materialisti come Claude-Adrien Helvétius, Paul Henri D’Holbach, con soluzioni sensistico-sentimentalistiche le quali sfoceranno a distinguere le fonti più forti dell’illusione dall’attivo, immanente, “ignudo” reale.

D’altra parte, nell’asse di pertinenza peculiare dell’ars poëtica, in Un infinito ancora leggiamo: «E sul foglio prima del saluto / su quel palco mentre scema dalla luce / fermerà l’urlo al buio nella gola di chi scrive», poiché siamo ancora immersi nel fluire del verum, il solo adeguato, con i forse e chissà, a sconfiggere la veritas razionalista carica di avidità egoista e calcolatrice, molto spesso abietta antagonista del bene.

Eppure, come in ogni questione idonea a promuovere l’urgenza di una risposta, anche se non definitiva, almeno essenziale, allo scopo di comprendere i termini considerati (del tipo: “ma cos’è l’infinito?”), appare indispensabile avere il coraggio di guardarsi dentro, andare a fondo per intraprendere un lavoro elaborato di auto-analisi: potremo così controllare almeno se il sostantivo Unendliche (appellativo di uno degli incompiuti Frammenti di Pindaro di Friedrich Hölderlin) abbia per noi una qualche concreta essenzialità in grado di ascoltare l’universo, quindi in forma reiterante proporre il pensiero – cito da Nunzio Buono – di «come sarà l’urto prima del volo» e, soprattutto, se giudichiamo valido il presupposto di replicare all’interrogativo “a cosa serve?”, insomma se non coincida malauguratamente con l’investire tempo prezioso in sterili, inutili constatazioni.

Un anno dopo L’infinito, Giacomo Leopardi affermava: «Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempierci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e piú materiale che spirituale. L’anima umana (e cosí tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perché ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito ma solamente termina colla vita».

Sfogliando le pagine di Nunzio Buono (in specie nella recentissima silloge Trasmigrazione), di frequente può accadere di percepire un chiarimento non dissimile, inserito virtualmente tra gli spazi semantici, in quanto la sua ποίησις (pòiesis) autorevole, densa di sineddoche (ad esempio, «sul foglio prima del saluto»), con scarse allegorie, in effetti aiuta a sovrastare le difficoltà insite nella lettura senza chiedere, in via pregiudiziale e decisiva per la comprensione, se lì, nell’intervallo lirico o nel vocabolo evidenziato, si evochi il pensiero o il pensato, il volere o il già ottenuto (accade nel verso «Chissà quale sarà l’ultimo mio gesto»). In questa poesia ho potuto condividere un’esperienza in parte riconducibile alla poetica hölderliniana, là dove il poeta scrive: «Sii tu, canto, per me, l’asilo amico, / Sii la mia felicità, il giardino / Curato con tanto amore». Nelle strofe di Un infinito ancora tocchiamo con mano la visione utopica, ma efficace, di eliminare l’empasse del dolore in una sorta di redenzione dell’umanità costruita sulla cura: ciò avviene nel «segno» lasciato dallo scrittore «tra pagine già scritte».

In tale scelta esegetica, il ritmo versificatorio favorisce l’influenza di una logica poetica abbastanza complessa, nel senso che il concetto filosofico di un itinerarium sprovvisto di inizio e conclusione, affacciandosi più volte sottopone a dura prova l’armonia dello spirito con la cosalità del mondo circostante: come si può paragonare un ente non misurabile con il μέτρον (mètron) per eccellenza della vita, ossia la Natura, la routine quotidiana, l’hic et nunc dell’esistenza? Sempre Leopardi osservava: «L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario».

Cercando di interpretare il titolo, gli enunciati, l’alfa e l’omega di questa poesia, ho avvertito la netta sensazione che il Kunstwollen di Nunzio Buono suggerisse in primis di non smarrire uno stato d’animo di certezza concreta di fede, di acquisire insomma, in un’evenienza inattesa, ulteriori solchi di infinito, quasi assecondassimo insieme il monito leopardiano: «Chi potrebbe disprezzare l’immensurabile e arcano spettacolo dell’esistenza, di quell’esistenza di cui non possiamo nemmeno stabilire né conoscere o sufficientemente immaginare né i limiti, né le ragioni, né le origini; qual uomo potrebbe, dico, disprezzare questo per la umana cognizione infinito e misterioso spettacolo della esistenza e della vita delle cose, benché né l’esistenza e vita nostra, né quella degli altri esseri giovi veramente nulla a noi, non valendoci punto ad esser felici?».

Se foste partecipi di un animus del genere, potrei consigliare il romanzo epistolare Iperione, sempre di Friedrich Hölderlin, ricco di legami sublimi tra filosofia e poesia, sviluppati dall’autore tedesco richiamandosi al detto di Eraclito èn diafèron autòn: «L’Uno in sé diverso è l’essenza della bellezza, e prima che ciò fosse stato trovato, non esisteva alcuna filosofia. La poesia è il principio e la fine di questa scienza». Anche nella vasta ποιητική τέχνη (poietiké tècne) di Buono prende vita una “scienza” parallela inerente alla poësis dove, come segnalai a proposito di un’altra sua opera, La casa sul fiume, occorre tenersi distanti dal vago rapimento, ancor più dalla leggerezza sentimentale, caratteristici di un clima stereotipato purtroppo diffuso in poetiche legate al tema.

Nella Weltanschauung del nostro scrittore rimangono significativi e misteriosi il sovrumano silenzio e la «profondissima quiete» leopardiani ben oltre la spinta dell’Ottocento che li accompagnava nell’irraggiungibile idillio romantico, poiché il vento novecentesco che li ripropone risulta assai più conforme, invece, al soffio sibilante di Blowin’ in the Wind (1962) di Robert Allen Zimmerman (Bob Dylan), impegnato a indagare senza sosta su quesiti passeggeri («how many times must the cannon balls fly / Before they’re forever banned?») e perenni, («How many years can a mountain exist / Before it’s washed to the sea?»), fornendo un equivalente importanza a entrambe. Certo, non dimentichiamo di ascoltare le parole del menestrello di Duluth, nemico dichiarato delle istituzioni dottrinali dal lontano 1963 quando, all’apice della notorietà, in The Times They Are A-Changin’ screditava le professioni letterarie: «Come writers and critics / Who prophesize with your pen / And keep your eyes wide / The chance won’t come again / And don’t speak too soon / For the wheel’s still in spin / And there’s no tellin’ who / That it’s namin’».

Oltre mezzo secolo dopo, coinvolto in un analogo atteggiamento, rifiutò di ritirare il Nobel durante la cerimonia canonica, nonostante nel 1962 si fosse occupato di cercare risposte esistenziali o storico-sociali di vario tipo e alla voce dell’amico in attesa di spiegazioni cantava: «The answer, my friend, is blowin’ in the wind». Così Nunzio Buono, alla «voce» che «chiede ancora», ribadisce: «lascerò un segno tra pagine già scritte», intendendo come, pur nel soddisfare gli interrogativi suscitati, il messaggio esemplificativo debba ripetersi, chissà se per confermarsi o svelarsi.

Insomma, sono convinta di quanto ogni raison lirica, in diverse modalità anche in rapporto alle epoche, fondi gran parte di sé nell’enigma del γίγνομαι (“divenire”), a parere di Hölderlin ispirato in generale a un τόπος (tòpos) ininterrotto, a un «infinito divino essere». Condivido, dunque, l’avverbio temporale ancora, posposto all’infinito nel titolo del brano di Nunzio Buono.

Nell’abbozzo di prefazione a Iperione, Karl Viëtor nel 1920 precisava: «La beata unità, l’essere nell’unico senso della parola, è per noi perduto. E abbiamo dovuto perderlo per poi agognare a riconquistarlo». Il critico colpisce nel “segno” del dilemma e Nunzio Buono ne è assolutamente consapevole. Se tendessimo, però, a far coincidere la linea indeterminata a un continuum in fieri per guadagnare sicurezza, otterremmo solo un’approssimazione… perpetua. Secondo Viëtor, «non avremmo nemmeno un presentimento di quella infinita pace, di quell’essere nell’unico senso della parola, non penseremmo, non agiremmo, nulla affatto esisterebbe, anzi penseremmo il nulla, se per mezzo di quella infinita unificazione, quell’essere nell’unico senso della parola non esistesse».

Nell’epilogo della poesia, infatti, superando metonimie o metafore, leggiamo che l’intento della poesia è proprio nel «donarci / ad altri luoghi un infinito». Noi saremo tutti lì per essere risarciti con la felicità del dolore sopportato, per aver compreso quanto le promesse di un “altrove” non siano mai svanite.

 

Cinzia Baldazzi

 

 

Nunzio Buono (1960) è poeta e scrittore. Le sue liriche sono presenti in molte antologie e siti letterari. Più di centocinquanta i premi ricevuti in concorsi nazionali e internazionali. Da gennaio 2014 è membro vitalizio dell'IWA (International Writers & Artists) a Toledo (Ohio - USA). Nel 2015 una sua poesia è stata trasformata in canzone dalla casa discografica “Sugar” di Caterina Caselli e presentata nei festival musicali Premio Bindi, Genova per noi, Premio Lauzi e Premio Ciampi. Nel 2018 ha ricevuto la Medaglia del Senato a Roma. Nel febbraio 2020 è co-fondatore senior di WikiPoesia, a luglio ne diviene Accademico e Presidente Onorario. Ha finora pubblicato venti raccolte poetiche, molte delle quali tradotte in francese, inglese, spagnolo, portoghese, rumeno, polacco, greco, albanese. Vincitore nel 2017 del concorso Il Federiciano (a Rocca Imperiale, “città della poesia”), nel 2022 è padre fondatore della Repubblica dei Poeti. La poesia Un infinito ancora fa parte della raccolta poetica Trasmigrazione (Ancona, edizioni peQuod, 2025).