Omar
Rizq. I miei due cuori nomadi. Il Canneto
Editore. Genova. 2017. Pag. 212. € 15,00
Una
storia, una vita di incontri, di affetti, di memorie, di vicissitudini di forte
emotività che, in braccio ad una narrazione di urgente impatto personale, si
snoda su un tessuto agevole e ontologicamente intricante; su una scrittura che,
sgorgata da un’anima schietta e istintiva, non di rado raggiunge momenti di
lirica valenza; di vera prosa poetica: una confessione libera e a tutto tondo
di grande attualità. Come scrive Vittorio Coletti nella prefazione: “Negli ultimi anni la più avanzata narrativa
occidentale si è lanciata in un genere che, con un anglismo, è stato chiamato
“autofiction”, cioè racconto da parte dell’autore di fatti veri della propria
vita, riportati molto fedelmente ma in
maniera che li si può credere una finzione, un’invenzione… E’ la storia di un
bambino genovese conteso da due genitori, due lingue, due mondi. Figlio di
padre palestinese e di madre italiana Omar è stato suo malgrado una delle prime
vittime di un contrasto tra culture, tradizioni, religioni che oggi è esploso
in maniera drammatica anche per tutta la collettività europea”. Si legge in quarta: “La battaglia emotiva dentro di me era
potente come l’energia dell’acqua nel punto di incontro fra un fiume e il mare,
e cominciava a rivelare sempre più chiaramente le mie due nature, i miei due
cuori nomadi, quella condizione che mi faceva sentire né carne né pesce, uno
straniero ovunque, sconosciuto persino a me stesso”. Il suggestivo e
affascinante racconto inizia con i due assi portanti della storia: il padre: “Non ho un primo ricordo di mio padre, ne ho
quattro. Non saprei collocarli in un esatto ordine cronologico ma sono per me
tutti primi, perché “primordiali”…, la madre: “Di mia madre, sì, ho effettivamente un primo ricordo. Avrò avuto
massimo tre anni. Sono in piedi in cucina, vicino al tavolo, e dalle mani mi
cade un bicchiere di vetro che si frantuma al suolo… sentivo che mi avrebbe
rimproverato poiché troppo apprensiva, troppo preoccupata che mi fossi fatto
male… Sì, direi che era più mortificazione che paura…”. La storia continua con
una scioltezza di linguaggio ed una vivacità sequenziale da tenerci avvinti
fino alla fine: pagina dopo pagina; fatto dopo fatto per la sua scottante
attualità data in pasto ad un dire che sgorga chiaro come l’acqua alla
sorgente. Da I miei ricordi. Svolgimento: “Quando
avevo sei anni e mezzo ed ero in prima come tutti i giorni il mio papà è venuto
con la sua macchina a prendermi a scuola. E mi disse: <<Vieni che andiamo
a prendere il tuo zio all’aereoporto>>… Poi stavamo andando sull’aereo
del Kuwait ma io ho pianto e tiravo il papà. Però alla fine siamo partiti”;
a Diario I, Luoghi e volti esotici, Diario II, Deserto e guerra,… L’autunno
nell’estate: “… la sensazione di libertà estiva leniva il pensiero della
lontananza dall’Italia ma la lacerazione dentro di me era forte, perché il
ricordo dei fatti recenti e la consapevolezza di cosa era ri-accaduto era
insopportabile… Dovevo veramente tornare
in una scuola araba? Di nuovo?...”… L’ombra della cattiveria, Dal profano
al sacro, Sorpresa alla finestra: <<A due anni dall’ultima volta in cui avevo
visto mia madre scomparire dietro quella porta che si chiudeva, e quindi a nove
anni compiuti, con mia grande sorpresa scoprii che i colpi di scena non erano
finiti: mio padre mi comunicò che di lì a qualche giorno non solo avrei potuto
rincontrarla, ma anche che sarebbe stata a casa nostra per qualche giorno…
Mancavano pochi giorni al suo ritorno in Italia e, presa dalla disperazione,
una mattina le chiesi di lasciarmi dei soldi: una volta partita avrei
preso un taxi per andare all’ambasciata,
le giurai che ce l’avrei fatta. Cedette e mi diede un po’ di dinari giordani ma
il giorno dopo si tirò indietro: “Ho paura che ti succeda qualcosa…”>>… Scuola
di vita, Buone e cattive compagnie, La fine dell’innocenza,… I MIEI DISEGNI, Né
carne né pesce: “… Venni contattato dalla
gloriosa TV di Stato per raccontare la mia storia nel talk show di turno. Pensai che fosse il primo
vero colpo di fortuna e che qualcosa potesse cambiare nella mia vita di profugo
del lavoro… ci eravamo aspettati una vera e propria intervista con un noto
conduttore nell’ambito di un dibattito incentrato sul tema sociale del lavoro e
della discriminazione… ma nulla di tutto questo… Ecco cosa mi chiesero di
limitarmi a dire: Buongiorno, mi chiamo Omar Rizq e vengo da Genova. Ho 25
anni, sono italiano di madre e palestinese di padre, sono nato in Italia e sono
bilingue. Sono qui per protestare; tempo fa sono stato discriminato per la mia
origine araba, ora invece sono stato rifiutato a un concorso per mediatori
culturali perché sono italiano. Insomma possibile che in Italia appartenere a
due culture sia considerato un limite?...”. Il libro si chiude con il
DIARIO DI UNA MADRE, in cui si mettono in evidenza l’amore e i sacrifici di una
mamma condannata a sofferenze di situazioni familiari tristi e dolorose: “… Per tuo padre ho sacrificato quindici anni
della mia vita. Prima l’ho fatto laureare, aiutandolo a studiare, perché prima
di conoscermi passava più che altro il suo tempo a fare il turista per tutta
Italia…”. Un romanzo di una spontaneità cocente e coinvolgente; un diario
che da fatti personali si traduce in emozionanti risvolti oggettivi;
trasversali; riguardanti tutti noi per
le complicanze di una cultura e di una società che ci toccano da vicino.
E da parte mia non posso far altro che
consigliare ai nostri lettori un tuffo, anima e corpo, in una storia che senza
dubbio li arricchirà a livello culturale e umano. I pochi cenni testuali
riportati hanno la funzione di introdurvi in questa vicenda: il compito del
critico è quello di introdurre e non di rivelare.
Nazario
Pardini
Omar
Rizq si è laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere nella sua
città natale, dove poi ha insegnato per quattro anni lingua araba agli
studenti. Attualmente lavora come impiegato, sempre a Genova.
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