giovedì 3 febbraio 2022

GIAN PIERO STEFANONI: "ANDREINA CEKOVA..."

 ANDREINA CEKOVA E LA POESIA NEL DIALETTO SLOVENO DELLE VALLI DEL NATISONE

 

ANDREINA CEKOVA.

La ricchezza culturale e linguistica del nostro paese si nutre nella varietà delle sue innumerevoli voci del bene anche di presenze che oltre a confermarla nella polisemia di una sostanza non secondaria nel cuore di un'Europa ancora lacerata e divisa hanno il merito all'interno stesso di dette fratture di un'interrogazione e di una memoria franca. Questo grazie soprattutto a una parola aperta e libera nell'incisione del riconoscimento a vincere nella pronuncia delle identità chiusure e retrodatazioni delle storie nel carico e nella gioiosità di un'esistenza insieme universalmente appresa e condivisa. E' il caso, splendido, di Andreina Cekova, autrice nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone da dove proviene, Benečija slavia veneta o slavia friulana, in quell'area di confine con la Slovenia che va da Tarvisio a Muggia, e insediate da popolazioni parlanti diverse varietà di lingua slovena a risalire al VI-VII° secolo. Zone segnate nel cammino di sangue del secolo scorso da processi di segregazione e progressive cancellazioni  il fascismo della minoranza slovena, a proposito di identità, capillarmente, violentemente assimilando a quella italiana (nella ricchezza bibliografica segnaliamo soltanto tra gli ultimi titoli il bel romanzo di  Alojz Rebula Notturno sull'Isonzo). Infermiera, classe 1961, la Cekova educata come lei stessa racconta a non nascondersi e a non vivere nella vergogna (cresciuta tra l'altro negli anni terribili della guerra fredda) si fa strumento allora con la sua scrittura non solo "di ricordo, di difesa, di protezione"- e dunque di forma di resistenza- della propria comunità (soprattutto per chi non della provincia di Trieste non ha avuto la possibilità di una educazione slovena) ma con determinazione, semplicemente e senza retorica, della comunità umana tutta nella familiarità di luoghi, trasmissioni, figure, dell'abitare, a buon diritto e prossimo, della terra. Questo infatti risale dal sistema di incisioni, tracce, impressioni a lasciare nel peregrinare ora simbolico ora più carnalmente reale tra strade, pietre di paesi in abbandono e tunnel di confine, dai cui imbuti ancora l'odore e il rimestare delle carni sembra incombere sulla geografia storica e spirituale, il senso di un esserci che nell'imprimersi dicendo dice ancora la vita nella sua evocazione, almeno a lasciare "un segno/- fino alla prossima pioggia" ("no znamunje/- do druzega daža"). Giacché quella della Cekova è sempre una poesia nel raccordo di una letizia che proprio dalle macerie si accende annunciandosi da una natura sempre più forte dei condizionamenti e degli stravolgimenti umani. Si veda al proposito il testo "Kolovrat" ("Colovrat") dove proprio dai tunnel della prima guerra mondiale il pensiero di morte finalmente va a perdersi "proprio davanti all'ingresso buio/disorientato/ da tutti quei bucaneve in fiore"- "glih pred veliko tamno jamo/zmotile so jo/vse tiste cvetoče pindulince"). La volontà allora di raccontare e celebrare la sua Valle, l'affetto verso il luogo in cui è nata, ha il valore anche, come già ben rilevato da Alfredo Panetta, di un interrogare dalle figure dei suoi archetipi, dei suoi sogni, delle sue radici una civiltà e una contemporaneità disgregante, riappuntando allora, senza cancellarne gli orrori, motivi e aspirazioni di un essere nella terra come essere della terra. Di qui allora come dicevamo nella rievocazione affettiva di boschi, luoghi, cari, interni domestici tutta la forza di una grata rimessa al perché dei giorni nei legami di sempre, rivissuti e rivitalizzati nella riattualizzazione delle promesse (si veda "Mamine narve"- "Le briciole di mia madre"- nel ricordo piccolo ma esemplare di doni, di biscotti ad attendere sopra la mensola), sferzante sempre poi nell'apparenza di una leggerezza che ha nel tratteggio delle figure il perché di un coro da cui nessuno è escluso. Fiori bianchi nei ciliegi del cuore a smentire nella vita quel volere della morte nei luoghi da noi stessi altrimenti addormentati nella morte ("čerieŠnjove rože"- "Fiori di ciliegio").  Una poesia dunque saldamente aderente alla storia certo ma a partire dalla realtà delle piccole cose come la Cekova stessa tiene a ricordare (ricordando in questo la Szymborska), "poesia briciola", come la giuria del premio Ischitella- Giannone l'ha definita in uno dei tanti e meritati riconoscimenti, che ha nell'amore, in una lingua semplice perché molto pratica, la consapevolezza- e la misura- del non sapersi bastare. Un'opera infine che all'esordio nel 2011 per la cura del Circolo culturale sloveno di Cividale del Friuli con Sanje morejo plut vesoko (I sogni possono volare alto) è ora nella fase di stampa del già apprezzato nella sua versione inedita Pingaluenca ki jo nie bluo (L'altalena che non c'era) e a cui andando a concludere auguriamo tutta l'attenzione che merita.

 

 

 

                                                                                 

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