Di considerazioni su come la lingua italiana stia perdendosi tra anglicismi e abbreviazioni da “chat” ne ho lette moltissime, quindi non intendo unirmi al coro degli alfieri difensori della lingua perché direi cose già dette. Parliamo chiaro: un po’ di ignoranza ci può anche stare, ma su certe cose è opportuno fare una riflessione non per spocchia, ma per ritrarre una delle nostre italianissime caratteristiche, che possiamo definire pigrizia mentale. Però non è sempre colpa dell’individuo, a volte, ammettiamolo, è colpa della nostra lingua perché alcuni termini che ormai fanno parte del nostro linguaggio quotidiano, in tutta onestà, risultano ampollosi in italiano.
Pensate a parole ed espressioni come “blog”, “chat” (che,
tra l’altro, ho utilizzato nell’incipit), “newsletter”, “swap”, “zoom”, “fish
eye”, “wrapping”, “log”, “bit”, “fader”, “mixer”, “basket”, “volley” eccetera.
Forse tutto inizia coi fumetti che ci hanno regalato espressioni come “sigh”,
“gulp”, “mumble”, “zot” eccetera? Certo, si tratta di fonemi che ben
rappresentano l’intenzione, sono un “flash” (per essere coerenti), sono simboli,
(riassunto di…).
Ma prima di demonizzare i fumetti e gli “anglicismi” (che
spesso anglicismi non sono), vediamo come potremmo tradurre questi termini, non
per gioco, ma per onesto realismo.
Blog – tecnodiario
Chat – elettromessaggistica
Newsletter - notiziario
Swap - sostituzione
Zoom – se parliamo dell’obiettivo che avvicina è un
conto, si chiamerebbe teleobiettivo a focale variabile; se parliamo della
videoconferenza a partecipazione multipla, beh, abbiamo anche “meet” o
“streamyard”… ma in italiano, come si chiama?
Fish eye – occhio di pesce? Qui siamo in crisi
Wrapping – saldatura ad avvolgimento?
Log – memoria di operazioni “informatiche”
Bit – impulso?
Fader – sfumatore, bilanciatore avanti-dietro
Mixer - miscelatore
Basket –pallacanestro, ma basket, già di per sé
abbreviazione, è più facile
Volley – pallavolo, ma volley, già di per sé
abbreviazione, è più facile
Tennis – non sarebbe la vecchia pallacorda?
Sigh – singhiozzo, pianto
Gulp – Oh, cazzo!
Mumble – Mmmhhh, fammici pensare
Zot – manifestazione immediata di qualcosa che prima non
c’era, apparizione per intervento di maga Magò
Beh, dai, un po’ abbiamo scherzato, ma un po’ siamo stati
anche seri e, così facendo, abbiamo identificato alcune sostanziali difficoltà
che si trovano se vogliamo mantenere la purezza della nostra lingua.
Il problema secondo me è un altro. Lasciatemi dire, se
l’italiano fosse studiato a dovere, probabilmente sarebbe più facile usare
termini adeguati senza ricorrere ad inutili semplificazioni come “meeting”
“location” “report” e amenità del genere, perché tutti sappiamo dire riunione,
luogo, rapporto eccetera, ma quando nei notiziari, in politica, sui giornali,
nei “mass media” (ops, ci sono caduto: nei mezzi di comunicazione di massa),
sui libri editi eccetera, trovi castronerie spaziali, ti chiedi se la
diseducazione all’uso della lingua non sia un po’ responsabilità anche di
giornalisti frettolosi, “editors” (ops, ci sono cascato di nuovo: redattore,
curatore di una edizione) dilettanti, editori poco avveduti ed altro ancora. Già,
perché se trovi scritto che le cicale o i tacchini gracidano, se invece di
“c’entra” trovi scritto “centra”, se in vece di “le” trovi “gli” quando si
dovrebbe usare il femminile, beh, allora è inutile che ci preoccupiamo degli
anglicismi che, in giusta misura, sono anche accettabili contaminazioni. Piuttosto
preoccupiamoci di parlare bene, di scrivere meglio e di pubblicare senza queste
grottesche cadute di stile. La lingua, da sola, saprà difendersi senza inutili
levate di scudi.
Poi ci sono gli svarioni e le cantonate che non sono un
problema di lingua, come quando leggo in un romanzo che nel 1700 una signora
prende la “gomma” per annaffiare le piante, o quando sento dire che la statua
di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori è medievale. Ma questa è un’altra storia.
Claudio Fiorentini
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